LE ESPLORAZIONI NATURALISTICHE DELLE PELAGIE

Nel 1828, tra il 2 ed il 31 agosto, Gussone ha esplorato Lampedusa (visitando Lampione il 15 e Linosa il 30 agosto), pubblicando successivamente (1839) un resoconto sulle 274 specie di piante rinvenute. Nel 1846 Pietro Calcara ha pubblicato il suo "Rapporto del viaggio scientifico eseguito nelle isole di Lampedusa, Linosa e Pantelleria, ed in altri punti della Sicilia", dando un primo serio contributo alla descrizione di queste isole. Incaricato dal Re dello "studio delle naturali scienze" dell'isola di Lampedusa, l’anno successivo ha dato alle stampe la sua "Descrizione dell'isola di Lampedusa", che possiamo considerare la prima compilazione accurata delle sue caratteristiche, desunta dalla visita che aveva avuto luogo tra il 18 maggio ed il 15 giugno 1846, e ha fornito anche la prima lista di invertebrati dell'isola, elencando 16 specie di insetti, che si aggiungevano alle tre precedentemente rinvenute a Linosa tra l'8 ed il 10 giugno 1846. Relativamente all’isolotto di Lampione questo Autore si è limitato a riportare le notizie del botanico Giovanni Gussone, che lo aveva descritto come un lastrone calcareo corroso dall'impeto del mare, eppure un tempo abitato e coltivato dall'uomo, come testimonia peraltro l'avanzo del pavimento a mosaico formato da cubi irregolari di marmo grezzo incastrati nel cemento, nonché il tetto di un altro edificio sostenuto da un arco, già descritto dal capitano Smyth nel 1824. Per quanto riguarda le piante, Calcara cita 114 specie, di cui 23 in precedenza non segnalate dal Gussone. Inoltre realizza la carta geologica di Lampedusa e di Linosa e la descrizione di quest’ultima.
Da quanto scriveva Calcara, nel 1847 a Lampedusa si estendeva un rigoglioso manto vegetale costituito da una fitta macchia mediterranea nella sua forma più diversificata ed evoluta, in cui abbondavano Pini d'Aleppo, Filliree, Ginepri, Carrubi, Corbezzoli ed Olivastri; gli esemplari di maggiore taglia si trovavano all'interno dei caratteristici canaloni che si aprono nella costa meridionale, letti fossili di fiumi simili agli oued africani, che attraversavano l'isola quando era parte integrante del continente africano. Il Corbezzolo formava distese impenetrabili di macchia ed ai suoi frutti ricchi di alcool si deve il nome dialettale del toponimo “Imbriacola”, tuttora esistente. Quando il capitano Sanvisente colonizza Linosa, vi trova un notevole numero di capre selvatiche, ma quasi certamente si doveva trattare di capre domestiche ormai rinselvatichite, come notato da Calcara nel 1847; inoltre osserva un numero consistente di topi, di cui però non parlano altri autori dell’epoca.
Sanvisente riscontra ovunque a Lampedusa una vegetazione ricca, dove trovavano rifugio conigli, cinghiali, gatti selvatici (più probabilmente rinselvatichiti), tartarughe, capre rinselvatichite ed una forma di cervo di piccola taglia, simile a quella sarda, probabilmente introdotta dall'uomo. Lungo le coste erano abbondanti le foche monache, a proposito delle quali Calcara scrive: "... allorché vivono in società fra loro, russando la notte fanno sentire a quegli abitanti la loro presenza nelle spiagge prossime al porto". L’aspetto più curioso era però rappresentato dalla presenza regolare di “gru” (si trattava invero di damigelle di Numidia Grus virgo), che sostavano a Lampedusa tra maggio e giugno, recando distruzione del raccolto. 
Come Lampedusa, anche Linosa è citata da Ludovico Ariosto nel suo Orlando Furioso: “D'abitazioni è l'isoletta vòta,/piena d'umil mortelle e di ginepri,/ioconda solitudine e remota/a cervi, daini, a capriuoli, a lepri;/e fuor ch'a piscatori, è poco nota,/ove sovente a rimondati vepri/sospendon, per seccar, l'umide reti:/dormono intanto i pesci in mar quïeti." (Canto XL, st. XLV). Di Linosa il capitano Smyth nel 1824 scrive ancora che era poco abitata e che vi mancava qualsiasi quadrupede, tanto che in un successivo viaggio vi introdusse egli stesso alcuni conigli. L’isola era stata in precedenza abitata dai Romani e forse pure dagli Arabi e, dopo almeno quattro secoli di totale abbandono, fu ricolonizzata nel 1845 dai Borboni.
La complessa storia naturale e umana delle Pelagie ha certamente profondamente influenzato la fauna dell'arcipelago determinando l’estinzione di alcune specie, ma anche nuove colonizzazioni. La colonizzazione relativamente recente da parte dell’uomo delle isole Pelagie è stata descritta da diversi naturalisti e consente di avere un quadro chiaro anche dell’evoluzione del popolamento faunistico. I principali riferimenti bibliografici sulla fauna sono gli scritti del Calcara del 1846 e 1847, di Sanvisente nel 1849, di Enrico Hillyer Giglioli nel 1884, 1891 e 1907 e, per quanto riguarda la fauna invertebrata, gli articoli di Luigi Failla-Tedaldi  del 1887, di Enrico Ragusa del 1892 e di Trabucco del 1890. Nella prima metà del ‘900 diversi autori pubblicano dati e informazioni sulle isole Pelagie; nella seconda metà del '900 si intensificano gli studi, tra cui quelli di Edoardo Zavattari del 1954, 1957 e 1960, che scopre l’unica popolazione italiana di Psammodromus algirus nell’Isola dei Conigli. Per gli Uccelli rimane fondamentale il lavoro di Edgardo Moltoni del 1970, recentemente aggiornato da una monografia degli Uccelli delle Isole circumsiciliane (Massa et al. 2015). Molti dati sull’artropodofauna sono stati raccolti nel corso delle campagne coordinate da Baccio Baccetti nel 1991 e nel 1992 per conto del Consiglio Nazionale delle Ricerche, con l’appoggio delle navi oceanografiche Bannock ed Urania. Per gli artropodi rimane fondamentale il volume de Il Naturalista Siciliano pubblicato nel 1995; da allora, tuttavia, sono state riportate numerose nuove segnalazioni e descritte nuove specie endemiche di queste isole, e altre ancora sono in attesa di una descrizione nell’ambito di rassegne tassonomiche più vaste.